Stanze d'artista. Una piccola mostra da vedere.

  Mattotti  Le Stanze di Lorenzo Mattotti in mostra alla galleria D406 di Modena (via Cardinal Morone, 31) sono pitture che toccano. Visibili fino al prossimo 27 novembre, i quadri raffigurano piccole scene di persone che si sfiorano e si stringono, immagini di carezze fra un ragazzo e una ragazza distesi su letti minimali e pose da relax pomeridiano in abiti comuni da mezze stagioni (la gonna al ginocchio e il maglioncino, per esempio, devono essere per l'artista dei veri e propri indizi di femminilità).

Ho sempre considerato la bravura tecnica di un pittore qualcosa di secondario. Non ho mai sopportato chi dice che per fare un quadro astratto o schizzato bisogna prima essere capaci di copiare Klimt o Raffaello. Secondo me chi disegna o dipinge oggi dovrebbe partire dà quello che gli viene semplice, cercando forme e colori nei grovigli della propria ignoranza, proprio come si dovrebbe vietare lo studio di Charlie Parker o John Mclaughlin a un ragazzo che comincia a fare musica, perché altrimenti prima di tirare fuori qualcosa di buono invecchia sulle progressioni del modo misolidio o finisce ad eseguire assoli esatonali con espressione ottusa. Si suona con le dita, si dipinge con le mani. L'eclettismo tecnico di Mattotti, conosciuto soprattutto per il suo lavoro di illustratore di altissimo rango e di fumettista d'avanguardia (vedi Stigmate), è forse un'eccezione felice.

Non so perché mi viene da descrivere questi suoi nuovi disegni come fotografie istantanee, scattate da qualcuno un secondo prima del sonno o durante l'intervallo di silenzio che separa due parole dette a mezza voce, prima o dopo aver vissuto un piccolo evento personale. Nel modo che ha Mattotti di disegnare, però, c'è qualcosa di artefatto e di sofisticato che porta i suoi lavori su un terreno secondo me diverso dalla nostalgia o dalle confidenze intime, da quel senso di isolamento in cui ci lasciano normalmente gli scatti privati. Certe tavole ricordano i bozzetti degli stilisti o dei vecchi giornali di moda oppure delle prove buttate giù da un architetto d'interni. Niente tratti spontanei, nessun gusto per la vita vissuta o per il ritratto. Resta più che altro l'eleganza del segno, la geometria e la ripetizione delle forme, il variare stilizzato dei colori che trasmettono a chi guarda una sensazione puramente tattile, al modo di un ricordo perduto riportato in vita grazie al tocco accidentale di qualcosa o di qualcuno.

Nulla di più lontano dalla fotografia, dunque, dei pastelli, delle chine e dei (pochi) dipinti in acrilico esposti da Mattotti, ma non so perché, riguardando soprattutto le tavole a pastello, continuo a pensare a delle foto. Arrivo addirittura a immaginare l'esistenza nei cassetti dell'artista di un piccolo nucleo di fotografie rubate e poi ricopiate decine di volte da un disegnatore appassionato e forse ossessionato dalle loro singolari somiglianze. Sarà un caso ma il modo come si connettono i corpi sulla tela di Mattotti mi fa venire in mente certe silhouette dei trittici di Bacon, (che copiava volti e oggetti da vecchie foto rovinate), quegli uomini ridotti a macchie, in equilibrio fra un settore e l'altro dello spazio, oppure si pensa ai disegni erotici di antica tradizione giapponese, alle loro prospettive schiacciate e a mezza altezza, insegnate agli europei da un grande nume dei pastelli, Edgar Degas. Guardando quelle figure rannicchiate, solidamente bilanciate, quasi statiche con le loro braccia protese o con la testa schiacciata su una spalla, la sensazione è la stessa che si prova davanti a una foto volata fuori da un cassetto mentre si trasloca o durante un repulisti di cose private, si viene penetrati all'improvviso da una gran dolcezza, una pace e una gratitudine tenerissime.

Ho recuperato la visita alla mostra dopo aver bucato la vernice di sabato scorso, presente l'autore, che da anni vive a Parigi, ma sono quasi più contento così perché forse ho guardato i quadri più liberamente. Nei giorni dopo ho letto e sentito commenti discutibili che parlavano di amanti sospesi in stanze incantate e altre cose da testoni. Non escludo che Mattotti abbia addirittura scelto il titolo "stanze" pensando alla poesia medievale, dove stanze sono detti i pezzi delle canzoni d'amore. Io invece consiglio a chi ne ha voglia di andare a vedere l'esposizione entrando in galleria come si entra in un posto per caso, tanto sono figure di tutti. In tutti i momenti buttiamo l'occhio su spettacoli di abiti vuoti e maschere mai indossate. Mi sembra che i disegni di Mattotti, tutte queste persone che si toccano, portino qui di fronte a noi il volto di qualcuno che sta per ritornare.

Da segnalare anche il bel catalogo (25 euro) che riproduce senza parole praticamente tutte le opere esposte, e offre l'occasione di mettersi in camera la copia di un disegno d'autore al solo prezzo di un ritaglio.

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