You're not alive until you start kicking


Fontaines D.C. / Dogrel - live @ SXSW 2019



I could lay you right down

On these lively living streets

And still you'd not know

How the city heart beats




Grian Chatten si passa una mano sulla bocca, come se fosse sul punto di lanciarsi in un lungo discorso e liberarsi di pensieri che tiene dentro da troppo tempo. Poi si volta verso la band, lascia cadere la mano, batte il tempo sulla coscia, ci ripensa. Stringe l’asta del microfono, schiena dritta, torna a fissare un punto lontano, dietro di noi, con i suoi occhi chiari spalancati. In questo preciso istante, nella bolgia che sta montando sotto al palco, è innegabile che quella posa e quella tensione stiano ricreando qualcosa di simile alle mille rappresentazioni della figura ormai da santino di Tumblr di Ian Curtis. Ma è quando attacca finalmente a cantare che compie un’altra trasformazione prodigiosa e fiammeggiante: quello che si rivela in una raffica di parole sputate, scagliate con veemenza poderosa, è lo spirito di un Mark E. Smith contemporaneo. E come per la leggendaria voce dei Fall, non si tratta di una rabbia cieca e punk, ma di un’irruenza lucidissima, tanto impulsiva quanto beffarda, tanto forbita quanto insolente.

Il riff iniziale di Chequeless Reckless è un semplice graffio di chitarra, lasciata sola e mandata in avanscoperta a preparare l’assalto. Chatten srotola un elenco di stereotipi, una specie di preludio a un manifesto misantropo sull’autenticità: “A sell-out is someone who becomes a hypocrite in the name of money / An idiot is someone who lets their education do all of their thinking” e così via. Arrivati al momento in cui entrano basso e batteria a squassare quello che resta della stanza sudata e asfittica, ogni cosa sta già crollando o forse esplodendo, non capisco più bene. È una partenza di quelle che lasciano il segno, nelle orecchie, nello stomaco e nel cuore. “What's really going on? / What's really going on?”

Deve essere almeno il sesto o settimo concerto in tre giorni per i Fontaines D.C. al SXSW 2019, ma quello a cui sto assistendo sul piccolo palco del Velveeta Room di Austin sembra comunque un esuberante debutto, una genesi, un Big Bang primordiale. Tutto viene raccontato con un misto di ghigno beffardo, sproloquio alcolico e poetico, e urlo sulla faccia che incita alla rivolta. Una gang in azione, determinata e compatta, implacabile. “Is it too real for ya? / Is it too real for ya?”

Avanti veloce fino al giorno in cui ho per le mani il vinile giallo di Dogrel. Il curioso titolo è un’altra dichiarazione di intenti, un segno ulteriore del legame forte che i Fontaines D.C. hanno intrecciato con Dublino, la loro città – il dogrel a quanto leggo era una specie di poesia comica, spesso volgare o satirica, molto diffusa in passato nei ceti più popolari irlandesi e soprattutto nei pub. Ed è proprio lì, tra pinte traboccanti birra e discorsi sul senso della vita, che affondano le radici della poesia dei Fontaines D.C. (tra parentesi: anche le due lettere D.C., un po’ come quelle di Washington D.C., qui stanno proprio per Dublin City). Basta prendere una qualunque delle loro interviste: tutto un susseguirsi di indicazioni di strade, quartieri, tane; citazioni di autori come Joyce, Yeats o Kerouac; critiche alla gentrificazione e aneddoti di vecchi amici ubriachi.

Il primo verso con cui si apre il disco è un perentorio “Dublin in the rain is mine”, che oltre a farmi tornare in mente quel lontano “England is mine / And it owes me a living” cantato dagli Smiths, è anche una dichiarazione strepitosamente spavalda e ambiziosa. Il ritornello prosegue “My childhood was small / But I’m gonna be big”, e nonostante abbia il sospetto che ci sia dentro una buona dose di ironia, da sicuri capofila di una nuova e aggressiva generazione di formazioni irlandesi, i Fontaines D.C. stanno mostrando di possedere carattere a sufficienza per essere all’altezza delle loro stesse parole.

Dogrel non è per intero un post-punk a due dimensioni: se Fall e Joy Division vengono menzionati in ogni recensione, ci puoi trovare anche echi dei Clash (Sha Sha Sha), dei Jam (Boys In The Better Land), ci sono momenti di puro e liberatorio divertimento (Liberty Belle), quasi dalle parti dei primi Arctic Monkeys e Strokes (Ah! Se gli Strokes avessero ancora un briciolo di questa energia!), e bordate rumorose alla Girl Band, seminale formazione di Dublino che qualche anno fa abbiamo avuto la fortuna di vedere passare anche qui a Bologna e che i Fontaines citano tra i loro ascolti formativi. Infine, da buoni irlandesi che vogliono riappropriarsi delle tradizioni, non mancano parentesi romantiche e un po’ decadenti, in cui ripescano la lezione dei Pogues (la conclusiva e dolente Dublin City Sky).

In questo senso, i Fontaines DC sono una band formidabile per davvero: capace di scatenare un tumultuoso inferno sopra al palco, con concerti furibondi e memorabili (“You know I love that violence / That you get around here”), ma di rivelare su disco, con disinvolta consapevolezza, anche profondità, intelligenza e facce diverse. “You're not alive until you start kicking”, cantano a un certo punto, e queste canzoni gridano forte quanto i Fontaines D.C. siano ora ferocemente vivi.












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