Ok, sarà che l’IngegnIere e io non possediamo proprio quell’irresistibile simpatia a pelle la prima volta che ci incontri, sarà che per andare da Reggio Emilia a Bologna stavo per finire a Firenze, sarà che il vino era forse troppo freddo e La Laura è stata malissimo accartocciandosi sotto il sedile, ma, insomma, il primo (e probabilmente unico) viaggio in macchina insieme a Enrico Brizzi poteva andare decisamente meglio.



Damir sotto il surreale portico del Chiostro di San Pietro butta lì un "ah ciao, questo è il ragazzo della radio che ti dicevo", mi giro e, smagliante camicia Mambo, mi stringe la mano un "ciao, Enrico" assolutamente cinematografico.

Poi lettura per pochi, qualcuno al bancone ogni tanto alza anche la voce, ma nel cielo sopra il cortile fresco si vedevano le stelle, e in fondo ammettiamolo: se EB leggesse anche solo la lista della spesa a me suonerebbe dannatamente bene, e ci troverei come ogni volta qualche musica dentro.



Quello stupefacente Chiostro, due cortili di un palazzo del Settecento (ma attendo dotte smentite da Ellegi, a cui lascio volentieri interventi di oleografia) con i muri sbriciolati e dipinti, le sonorizzazioni a cura dell’ottimo Piddu (rivisto con piacere e veramente in forma), un semplice prato, la cornice degli alberi, molti cuscini, ma soprattutto una luce davvero azzeccata e la compagnia di alcune persone con cui non capita spesso di poter scambiare due chiacchiere hanno fatto di ieri una di quelle piacevoli serate estive di cui avrei voglia (e bisogno) molto più più spesso.

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