Non siamo più live (per fortuna i Mars Volta sì)


Oltre a non riuscire ad aggiornare polaroid con la continuità che vorrei (hei, ma sono rimasto l'unico a scrivere da queste parti? régaz, dove siete finiti?), mi sono anche accorto che ultimamente non parliamo più dei concerti che abbiamo visto: sarà la pigrizia, sarà che ci sentiamo più vecchi e crediamo di avere bisogno di qualcosa di più per emozionarci ancora.



In ogni caso, un paio di settimane fa, eravamo riusciti a infilare nello stesso weekend il singolare ambo con la data inaugurale del tour di Cristina Donà e il concerto dei Numbers, formazione che incide per la Tigerbeat6 e che suona un ironico ibrido di Gang Of Four e Devo. Avremmo potuto raccontare delle torte che affollavano i camerini per festeggiare l'anniversario di matrimonio della Donà, delle colleghe di blog finalmente incontrate; avremmo potuto raccontare del minuscolo circolo arci nella Bassa tra Modena e Mantova, dove "la scena" si confondeva con quella di San Francisco. E invece ci siamo persi.



Gli ultimi tre giorni sono stati ancora più intensi, e non credo ce la faremo a recuperare: venerdì Nada Surf (davvero buoni, ma non ero in vena), supportati da Echoboy (che mi ha coinvolto di più), serata che ci consigliava anche il nostro Strelnik; poi sabato Yuppie Flu (eccezionali, come il nuovo album) e a seguire "la nostra solita festa": ormai "noi che balliamo come al Covo" è diventato una specie di sound system, ci spostiamo da un locale all'altro, da casa di qualcuno a una cantina per una festa di laurea, e siamo sempre lì, con le ragazze, le cravatte, le spillette, le canzoni da nastrone...



E infine, domenica, Mars Volta dal vivo all'Estragon (preceduti dalle frenetiche e rumorosissime Radio Vago e dal duo hip hop Subtle), di cui però non si può proprio tacere, se non altro per cercare di compensare questo rimbombo che riempie le mie orecchie ancora dopo un paio d'ore.



Vedere i Mars Volta dal vivo forse può dare un'idea di quello che doveva provare Lester Bangs a Detroit trent'anni fa (sì, sto leggendo il libro di Jim DeRogatis e sono decisamente preso).

Sei canzoni per circa un'ora e mezza di set: a Bologna il tempo sembrava essersi fermato. Vengono in mente solo parole sconnesse ed esaltate: rock, rabbia, elettricità, grandioso.

Ero proprio sotto il palco per fare delle foto per un'amica (mi dispiace, quasi nessuna è venuta) e a un certo punto mi sono reso conto che tutta quell'energia che ti viene rovesciata addosso durante un concerto dei Mars Volta, e che non riesci a contenere, a percepire e analizzare a livello razionale, ti entra nello stomaco e ti sommerge.

C'è una suggestione oltre il frastuono, una forma indefinita ma per nulla nebulosa, così potente da fare spavento. Pochi davvero riuscivano a ballare, molti avevano semplicemente la bocca aperta in un sorriso incantato.

Schiacciati da un muro di suono e bellezza, una bellezza che sfiora il sublime, chiedevamo che smettesse e che andasse ancora avanti.



Certo, una recensione parlerebbe delle gesta spettacolari di Cedric Blixer sul palco, o saprebbe riportare al giusto contesto le musiche di Omar Rodriguez (più jazz che punk, pare), terrebbe conto dell'eredità degli At The Drive In, di cui i due erano i membri senza dubbio più riconoscibili, e non dimenticherebbe di descrivere il monumentale batterista Jon.

Ma per tutto questo è meglio rimandarvi al prossimo numero di Rumore e alla bella intervista di maestro Arturo.

Commenti