Formaldehyde for the soul (2)



Caro Leonardo,

in parte hai ragione quando dici che l’accelerazione dell’obsolescenza ci sta a cuore. In effetti, il passo di Douglas Coupland che eravamo soliti leggere in principio di ogni puntata alla radio si concludeva proprio con questa osservazione: «e alla fine resta la sensazione che quanto è successo anche solo la settimana scorsa sia roba di dieci anni fa» (da Memoria Polaroid, 1996).



Però, appena qualche settimana dopo l’inizio delle trasmissioni, già mi contraddicevo, facendo mie alcune riflessioni di Fabio De Luca: «la continuità emotiva, stilistica linguistica, affettiva di questi ultimi vent’anni di storia della cultura pop (o della cultura tutta) è assolutamente più contigua rispetto a quella degli analoghi vent’anni precedenti. In altre parole: tra il 1981 e il 2001 ci corrono gli stessi anni che correvano tra il 1961e il 1981. Solo che il 1981 è oggi, al tatto, molto più “vicino” nello spazio e nel tempo di quanto non fosse il 1961 nel 1981» (Rumore, 12/2001).



Se restringiamo ancora di più l’obiettivo, sono anch’io dell’opinione che qualcosa si sia “per sempre congelato a metà anni Novanta”, come dici.

Ed è il frutto di questi due movimenti opposti, ma anche intrinsecamente correlati: «a mano a mano che il nostro mondo sembra "accelerare", le date di scadenza timbrate su quel qualcosa che "dà il senso di un'epoca" tendono a sovrapporsi sempre di più, oppure perdono importanza» (ancora Coupland), e al tempo stesso vengono a mancare alcune fondamentali distanze/rotture con il passato (il tuo esempio di Curre Curre Guagliò), forse più salutari.

Da una parte, tutto invecchia più in fretta; dall’altra, molte “cose vecchie” continuano a far parte del nostro presente, incapaci di scomparire (l’altra sera ho ballato ancora i Violent Femmes, e non era revival).



Uno dei risultati di questo still image in perenne fast forward (non definitivo ma influente) è che vengono a cadere un sacco di distinzioni.

Ad esempio, oggi si cammina sempre sul filo del ridicolo a parlare di cosa è indie e cosa è mainstream (cosa è altro). Proprio ieri un’associazione di etichette “indipendenti” ha piegato a un accordo commerciale MTV: la multinazionale evidentemente ha ritenuto un danno perdere la nicchia di pubblico interessata a prodotti di minore consumo, quelli che dieci anni fa, appunto, si sarebbero chiamati “alternativi”.

Da tempo si sa che anche l’Alternativo ha assunto il peso e il potere del Commerciale. Ma dove allora cercare ciò che fa la differenza, ciò con cui i ragazzini dovrebbero sostituire Curre Curre Guagliò (e ciò con cui noi dovremmo sbloccare questa eterna adolescenza)?



(continua...)

Commenti