Qual è la forza che continua a incatenarci al Rock’n’Roll? In fondo, cos’è che ancora ci piace veramente del Rock’n’Roll? Chitarre fragorose e potenti? Ritmi convulsi che scuotono lo stomaco? Voci che gridano? Un’estasi? No, nel Rock’n’Roll cerchiamo e siamo sempre andati alla ricerca di altro. Quello che ancora ci stringe e ci lega (e a volte basta appena un fugace ascolto per capire) è quella confidenza, la sfacciata sicurezza di sé, la sfrontatezza e la strafottenza, totale, assoluta, irreparabile e fatale. Le canzoni ripetono e amplificano soltanto l’antico incantesimo tramite cui possiamo provare a incarnarci in un altro livello dell’esistenza, sentirci assorbiti dal riflesso di quella confidenza, credere di poter appartantere a un grado superiore del reale fatto di giovinezza abbracciata senza rimpianti, inviolabili giacche di pelle, il mistero profondo delle notti, gli amori che ti trapassano il cuore e poesie decadenti un po’ trite recitate con un sorriso beffardo.
Grazie, grazie e ancora grazie, benevoli Dei del Rock’n’Roll per averci donato questo suono infinito, questa impetuosa grazia, questa storia che sembra non conoscere epilogo.
Tutti in piedi per l’ingresso dei Sunday Mourners. Che il miracolo dell’elettricità si ripeta ancora una volta, per noi, davanti ai nostri occhi.
Il giovane quartetto di Los Angeles è la splendente prova vivente che certi suoni art-punk dai proverbiali spigoli, una certa appassionata freddezza, e il talento di saper generare ansia dalla coolness, continuano e continueranno per sempre a far detonare una bellezza francamente irresistibile. Rock’n’Roll!
Con prevedibile understatement, i Sunday Mourners si definiscono soltanto “un gruppo di amici d'infanzia e del college, temprati da anni di vagabondaggi freak-folk in un esercizio post-punk affilato come un rasoio”. Allineano con diligente franchezza sullo scaffale delle ispirazioni Subway Sect, Richard Hell and the Voidoids e i Television (Biograph). Si potrebbero aggiungere anche gli Wire e Lou Reed (There’s a Garden In You), senza timore di essere troppo banali, o magari citare qualche band più vicina a noi nel tempo, come gli Strokes (Unwitting Boy), gli Ought (He Cried), e concedetemi il vezzo di rievocare anche gli Hatcham Social per Love Obvservation. Menzione d'onore a parte per Darling, dodici prodigiosi minuti in cui i Sunday Mourners fanno tramutare una scarna e semplice ballata sentimentale in una lunga esplorazione kraut, febbrile e frenetica.
Il frontman Quinn Robinson riesce a controllare caos e ironia con ammirevole disinvoltura e lucide e pungenti scelte lessicali. “La claustrofobia provocata dalla mole di nuove responsabilità dell’essere adulti” è un modo molto carino per dire che diventare grandi è semplicemente una cosa da pazzi: molto meglio scriverci sopra canzoni e convertire in musica tutta questa energia nervosa.
A-Rhythym Absolute, il primo album dei Sunday Mourners è appena stato pubblicato dalla Curation Records (label fondata niente meno che da Brent Rademaker dei Beachwood Sparks), ed è un debutto intelligente ed emozionante che ci ricorda perché, nell’Anno 2026 della Fine Del Mondo, ancora amiamo e crediamo in questo vecchio, fetido, malmesso e intramontabile Rock’n’Roll.

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