Lo shoegaze non è mai stato semplicemente “un genere musicale”. Per quanto esistano cento differenti definizioni e mille modi per descriverlo e per evocarne l’atmosfera, uno dei suoi tratti comuni e persistenti nel tempo è ancora quello di essere un suono capace di creare paesaggi emotivi dentro cui perdersi. Le proverbiali chitarre sommerse da riverberi e delay, le evanescenti voci che sembrano sempre provenire da un’altra stanza, le celestiali melodie che si dissolvono come pulviscolo nell’aria: il cuore dello shoegaze rappresenta da sempre un luogo in cui il rumore si fa emotività, il feedback si trasforma in carezze e i muri di distorsione in abbracci.
«Take care of your sadness» è il motto di Waving Blue (oltre che il titolo della sua penultima raccolta uscita l'anno scorso per Shoeredive Records), ed è posto come un avvertimento e una specie di saluto anche in fondo alla sua ultima produzione: The Infinite Sea. Dodici nuove canzoni con le quali Michele Cingolani, unico titolare del progetto, tenta di offrire un rimedio alla nostra cronica e totale “sadness” con alcune delle cose che probabilmente gli sono più care: l’orizzonte del mare, il ritmo delle onde, un cielo sterminato pieno di vento e di domande.
Hold me in the tide, where time disappears
In this infinite sea, I have no fears
canta la title track, mentre gli strati di chitarre si sovrappongono senza mai esplodere del tutto, e il ritmo che culla sembra restare sospeso, in bilico sul filo della marea, indeciso se cercare finalmente la calma nella bonaccia o dirigersi di prua nella prossima tempesta.
Le canzoni di The Infinite Sea contengono un unico e lungo flusso emotivo, come un diario notturno attraversato da memorie che si accavallano, un ineludibile senso di perdita e, al tempo stesso, un forte desiderio di salvezza. Frammenti di passato come ferite aperte che tornano a galla quando l’assenza si fa più pesante, rapporti umani spesso fragili, filtrati da schermi, rumore digitale e solitudine. Le onde, il mare infinito, l’acqua e il buio della notte sono le metafore di smarrimento e deriva, ma anche di una possibile tregua dal dolore, rappresentano un luogo in cui lasciarsi andare senza paura.
La musica di Waving Blue cerca di continuo la propria rotta: a volte si fa più impetuosa e fragorosa (Miss The Show, Damaged oppure In My Arms), con uno shoegaze più legato alla lezione Slowdive, e forse sono i passaggi di questo album che preferisco. In altri momenti, il suono si distende verso un dream pop caleidoscopico, che fa tornare in mente nomi contemporanei come Craft Spells, Soft Blue Shimmers o Letting Up Despite Great Faults, ed è come se Waving Blue decidesse di lasciarsi sopraffare da un’altra onda di malinconia. Le canzoni di The Infinite Sea raccontano la fatica di restare a galla, ma anche il desiderio ostinato di trovare un senso, un porto sicuro, una pace possibile. L’amore, seppure fragile e incerto, resta il migliore appiglio contro il vuoto. In questo paesaggio di mare aperto e interiore, fatto di silenzi, onde e ricordi:
Can we find our way, through the noise and the fray?
Can we love each other in a world that's gone astray?

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