«Questo è il nostro album di debutto. Lo abbiamo intitolato There's a Light That I Will Never Have. Perché c’è qualcosa che non potremo mai raggiungere, ma siamo orgogliosi e grati per tutto». Le prime due righe del breve testo con cui The Interpretation Cultures presentano questo disco sono un piccolo prodigio di sincerità, candore, il segno di un'intelligenza a cui corrisponde, almeno così mi piace credere, una profonda serenità.
Le minuscole storie che costellano le canzoni qui raccolte parlano di amori imperfetti, relazioni sbilanciate, nostalgia, illusioni, ferite ancora aperte, ma lo sguardo della band di Makassar, Indonesia, è sempre tenero, indulgente, pieno di comprensione, magari a volte ingenuo, in apparenza, ma in ogni situazione profondamente umano: “We are not cynical / We just want to be honest about what we have”.
L’indiepop è quella forma musicale in cui puoi permetterti di oscillare di continuo tra slanci e distanze, tra sogno e realtà, trasformando le tue fragilità (le stesse di tutti) in forza espressiva. Ed è esattamente quello che riescono a fare The Interpretation Cultures, con una scarna drum machine e quelle chitarre esili di chi impara dagli Smiths, ma suonando da solo in cameretta (vedi, per esempio, l’attacco di Waltzing Out In Blue, chiaro omaggio a Heaven Knows I’m Miserable Now).
Potremmo anche riconoscere che in Fadhli Rafq Al-Fath, alla guida del progetto The Interpretation Cultures, c’è una certa anima Television Personalities (vedi Suicide Prevention oppure The Secrets Inside), storica band che ovviamente resta sempre all’origine di molte cose ancora oggi molto importanti. Ma la verità è che la travolgente esuberanza questo disco, come di molta altra musica arrivata negli ultimi mesi e anni dall’Indonesia, a me ricorda quella formidabile scena di inizio secolo in Svezia, quei CD-R della Music Is My Girlfriend, della Delicious Goldfish, della Popkonst o della Bedroom Records, quelle compilation passate di mano in mano al Frukostpop, dove nomi enigmatici come Hormones In Abundance, Second-hand Furniture, Eisenhower, Budgies, The Help Me Please, i primi Suburban Kids With Biblical Names mi sembravano già leggendari.
È quella stessa energia, quella stessa freschezza e quello stesso entusiasmo che ritrovo oggi rappresentato a meraviglia in un disco come There's a Light That I Will Never Have. Un disco troppo lo-fi e schietto per finire in qualunque classifica o fare grandi numeri di streaming, ma che è comunque capace di custodire vivo e acceso uno spirito twee invidiabile ed esemplare.
Considerate le inclinazioni di questo mondo pazzo ed egoista, può darsi che l’incredibile lavoro di infaticabili etichette indonesiane come A Single Kiss, Chaotic Pop, Disanorak, Guerrilla Records, Untune, Forfun Cookies e delle mille altre che continuo a scoprire e che mi ostino a suonare ogni settimana alla radio, farà la fine di quello delle svedesi che le hanno precedute, oggi pressoché dimenticate in fondo a qualche pagina nei meandri di Discogs.
Considerate le inclinazioni di questo mondo pazzo ed egoista, può darsi che l’incredibile lavoro di infaticabili etichette indonesiane come A Single Kiss, Chaotic Pop, Disanorak, Guerrilla Records, Untune, Forfun Cookies e delle mille altre che continuo a scoprire e che mi ostino a suonare ogni settimana alla radio, farà la fine di quello delle svedesi che le hanno precedute, oggi pressoché dimenticate in fondo a qualche pagina nei meandri di Discogs.
Eppure, tenendo fede al postulato di Anselmus (qui giustamente coverizzato), secondo cui “life is better with indiepop”, possiamo certamente concludere che questo album renderà il mondo un posto migliore di quello che era prima della sua uscita, e noi lo sosteniamo con tutto il cuore.

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