Our nature

Yuppie Flu

Abbiamo avuto la fortuna di vivere una stagione in cui potevamo vedere una sala piena scoppiare in un boato appena sentiva partire la chitarra splendente di una canzone come Our Nature degli Yuppie Flu. Le braccia al cielo e i corpi che ballavano stretti. Abbiamo ballato tutti. Non era soltanto per il ritmo assillante di quella canzone, per la melodia primaverile che ti incalza, o perché tutti volevamo “Let the sun / shine on the nature / of meeting and losing ourselves”. Era perché sentivamo, nel nostro profondo, che quel momento rappresentava una specie di culmine, l’apice fortissimo di uno stato di grazia, e noi – in qualche modo confuso, ingenuo e fin troppo entusiasta – ci riconoscevamo esattamente in quell’istante. Era il nostro indie rock, era la storia a cui sentivamo di appartenere. Era cominciata nel glorioso decennio precedente e ci aveva portato fino a lì, fino a quella festa, sparpagliando lungo la strada canzoni che ci avevano fatto diventare quello che siamo. “Days are still as they used to be / But I won't state my philosophy / Such a waste of time / Silence will be fine”.
A ripensarci oggi sembra quasi incredibile, quella generazione che ballava tutta insieme, che amava quella musica così storta, che viveva dentro quella musica.
Quando ho letto il messaggio che mi diceva della morte improvvisa di Matteo Agostinelli ho pensato a quell’epoca che oggi sembra lontana anni luce, forse oramai incomprensibile: “we're all getting like funny wrecks”. Ma ho pensato anche che quelle canzoni suonano ancora limpide, nitide nel ricordo, come se mi trovassi ora, felice e riconoscente, sotto a un palco, davanti all’ampli della chitarra. “Feel like getting close to glueing all the fragments”: è ancora così. Quella voce inconfondibile di Matteo Agostinelli, quella musica come “a good guide”, fanno e faranno parte di quello che siamo, della "nostra natura", per sempre.




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