Una mappa dell'Emilia paranoica

CCCP - Fedeli alla linea - 1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi - Del conseguimento della maggiore età

Camminare leggero, soddisfatto di me
da Reggio a Parma, da Parma a Reggio,
a Modena, a Carpi, a Carpi al Tuwat, a Carpi al Tuwat!
Ho sempre pensato che questi versi leggendari di Emilia paranoica dei CCCP – Fedeli alla linea fossero straordinariamente comici. L’immagine di questo personaggio che percorre a piedi, avanti e indietro, allucinato e stravolto, le strade statali della pianura emiliana, dove nessuno cammina mai e tutti intorno corrono in macchina da qualche altra parte, in continuazione, biglie impazzite sul piano padano, è ancora formidabile a oltre quarant’anni di distanza. La meta finale è un punto preciso, ben individuato, come a inseguire sempre e comunque l'alternativa, il margine, quel luogo che si sottrae alla geometria implicita, l'ostinata ricerca di chi insegue e aspetta "un’emozione / sempre più indefinibile".
Curiosamente, per qualche coincidenza connaturata alla forma della nostra provincia, si intitolava “A Karpi! A Karpi!” anche il primo capitolo di Un weekend post-moderno di Pier Vittorio Tondelli, altro eccezionale scrittore capace di leggere in maniera implacabile la nostra vecchia Emilia, e quel titolo io l'ho sempre letto con lo stesso grido dei CCCP nelle orecchie. Anche nelle pagine di Tondelli, sia in quelle di narrativa che negli articoli e nei saggi, si attraversano di continuo e in mille modi la Via Emilia e la sua costellazione di città, cittadine e paesoni. Si è sempre diretti altrove e si resta sempre con i piedi ben piantati nella nostra terra, quella dei nonni e dei nonni, quella delle aie e delle stalle, ma anche quella dei centri commerciali, delle piazze opulente, delle zone industriali, delle campagne esauste. Anche là si rincorrono le luci delle discoteche e dei benzinai, delle vie eleganti del centro e dei bar di periferia; anche là si distende a perdita d’occhio tutta una sconfinata “Emilia di notti dissolversi stupide”.

Quando parliamo di un disco o di una band, siamo abituati a risalire una genealogia di influenze, a recuperare all’indietro nel tempo ispirazioni, analogie o somiglianze. Invece, per parlare di 1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi - Del conseguimento della maggiore età, lo storico album d’esordio dei CCCP - Fedeli alla linea pubblicato nel 1986, Giacomo Bottà ci mostra che è più fruttuoso compiere un’operazione differente, quasi opposta: dispiegare la musica in orizzontale, sopra il territorio e sopra una mappa composita ed eterogenea, tenuta assieme dall’unità di misura costituita dalla stessa band reggiana. Un punto di vista "spaziale" e parallelo al piano per un disco che ha nella sua stessa essenza la pianura. Nel saggio di Bottà, CCCP - Affinità e divergenze - Suoni, mappe e territori, appena pubblicato dalla casa editrice Nottetempo (e versione italiana del volume uscito l'anno scorso sulla prestigiosa 33 1/3), viene esplicitamente dichiarato che i CCCP “sono una band che non proviene da nessuna parte”, ma nel senso che appartiene contemporaneamente a molti luoghi e a molte storie: tanto a Carpi quanto a Berlino, tanto ai movimenti controculturali urbani di fine Settanta e Ottanta, quanto alla noia della provincia. Del resto, l’elenco dei luoghi citati nelle canzoni dei CCCP è lungo e affascinante, ed è parte integrante della loro poetica. Bisogna compiere lo sforzo di lanciarsi attraverso questo passaggio per raggiungere e cogliere l’altrove che i CCCP evocano nella loro musica, pur restando ostinatamente radicati in questo territorio. 
Come riassume Bottà, «i CCCP volevano fare dell'Emilia un osservatorio unico sul mondo, fondato in egual misura su una specie di orgoglio locale e sul tentativo di denunciare le contraddizioni della Terza Italia. Giovanni Lindo ha sempre sostenuto che la band poteva nascere solo a Reggio Emilia, "la provincia più filosovietica dell'impero americano", e nei concerti dal vivo spesso annunciava Emilia paranoica con le parole: "Non a Londra! Non a Berlino! Non a New York! A Fiorano! A Sassuolo! A Scandiano!"». Se mai la mia povera Bassa stremata alla fine del Novecento, spremuta e consumata, poteva ancora produrre un segno d’arte significativo ed entusiasmante doveva essere questo, teatrale e scarno, crudele e beffardo come un punk a una sagra di paese. 
E allo stesso modo, quasi come il personaggio di Emilia paranoica in cammino lungo le statali di questa abissale pianura, lo stesso Giacomo Bottà nelle prima pagine del volume compie un viaggio, da Reggio Emilia a Fellegara, piccola frazione sperduta nella campagna, dove i CCCP avevano la loro base e sala prove. Bottà non si avventura a piedi ma in bicicletta, ma non è difficile immaginarlo pedalare spericolato sul ciglio della strada, mentre i fiumi di camion lo superano tra colpi di clacson. È un pellegrinaggio, un piccolo rito iniziatico, un momento in cui il narratore si immerge nella sua stessa trama, ma funziona per sbloccare il nuovo e necessario punto di vista, per dispiegare tutta la mappa solcata dalle Autobahn indispensabile a cogliere il senso della musica dei CCCP, cosa che poi avviene nella seconda parte del libro, con dovizia di particolari, abbondanti annotazioni tecniche e precise indicazioni sulle strumentazioni utilizzate e sulle registrazioni (Bottà è anche musicista, la sua più recente band sono i nostri cari Deine Mutti).
Il saggio di Bottà si legge d’un fiato, come si suol dire, ma in realtà racchiude un’analisi profonda che offre uno sguardo ampio e accademico, una prospettiva lunga su una band unica come i CCCP che, partendo da questa vecchia pianura, ha saputo mettersi in relazione con altre e nuove scene musicali, scoprire territori vergini dentro la nostra stessa Emilia e, in fondo, parlarci di un nostro possibile posto nel mondo.

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