"Sono una persona che scrive canzoni" - intervista a Marcello Newman

Marcello Newman - Emotional Park
Fotografia di Chiara Gambuto

Uno dei dischi più belli, originali e avvincenti usciti quest'anno in Italia è senza dubbio Emotional Park, il primo album che Marcello Newman, musicista (ma anche molto altro) che conosciamo e seguiamo oramai da quindici anni, ha deciso di pubblicare solo con il proprio nome. Dieci canzoni che sembra quasi riduttivo definire "pop", data la maniera disinvolta con cui tengono assieme influenze tanto diverse e la garbata arguzia con cui raccontano le loro storie. Dentro questo disco c'è davvero un mondo, e non parlo soltanto della ricchezza, dell'eleganza e della profondità degli arrangiamenti, perciò ho deciso di spedire qualche domanda allo stesso Marcello, chiedendogli il favore di farci da guida all'interno di questo "parco".


Vorrei partire dal suono. Questo disco mi trasmette un'indefinibile sensazione “Anni Settanta”: non so cosa sia di preciso, forse certi piani elettrici, forse certi timbri di batteria qui e là, forse una specie di irregolarità e imprevedibilità, procedendo da una canzone all’altra, che rendono l’ascolto avventuroso ed eccitante… Si tratta solo di un’allucinazione o è un’atmosfera che hai effettivamente voluto mettere dentro questi arrangiamenti e registrazioni?
Non ci avevo pensato per niente ma hai ragione da vendere. Quando fai musica è come se avessero ruoli molti diversi le cose che conosci da sempre e le cose che stai scoprendo in quel momento. Vari dischi con cui ho avuto epifanie negli anni in cui scrivevo Emotional Park vengono da quel decennio e sicuro si sono infilati in queste canzoni. Qualche esempio: Vintage Violence (1970) e Paris 1919 (1973) di John Cale, Naturally di JJ Cale (1971), Out of the Blue (1978) di “Blue” Gene Tyranny, il grosso della discografia degli Steely Dan (qui una playlist che ho fatto per chi non li conosce), The Stranger (1977) di Billy Joel, Mateo solo bien se lame (1973) di Eduardo Mateo. 
Quello che dici sui piani elettrici pure mi torna. Anche io associo un sacco i Rhodes ed i Wurlitzer (per me indistinguibili ed entrambi presenti nel disco) agli Anni Settanta. Poi gli anni di scrittura di questo disco sono stati anche gli anni in cui mi sono più chiuso a imparare a suonare il piano: gli anni delle canne, gli anni del Covid, i primi anni in cui ho avuto una tastiera decente in casa. Molte canzoni nascevano così al piano, magari proprio con un suono di Rhodes. 
Un’ultima cosa: sebbene le influenze di questo disco vengano in buona parte da decenni lontani, sono contento che, per caso o per incapacità o per abitudine, Emotional Park finisca comunque per avere una patina di freddezza e aleatorietà digitale che mi riporta molto a oggi. Cioè, lo sento molto figlio del suo tempo, cioè dell'home recording, dei plugin diventati buoni. Forse ero subliminalmente ispirato da Mind Palace Music (2023) degli @, con cui sono stato parecchio in fissa, in cui compaiono un sacco di fiati midi dichiaratamente digitali, bellissimi.

Marcello Newman - Emotional Park
La presentazione del disco spiega che è stato realizzato “nell’arco di 8 lunghi anni”, che è una dimensione temporale per molti praticamente inconcepibile, in questa epoca di “content management”. 
Invece di chiederti perché non hai “buttato fuori”, come si usa dire, qualcosa prima, sono curioso di sapere cosa invece ti ha spinto a mettere un punto e ti ha fatto capire che si poteva chiudere un capitolo, almeno quello a nome “Marcello Newman”, che poi è solo una delle tante cose che hai fatto in questi anni.
La realtà è che non ho mai deciso di fare un disco solista. Penso che se scrivi canzoni per più di un tot di anni diventi una persona che scrive canzoni. A volte queste persone pubblicano dischi o hanno band. A volte le inventano sul momento e le dimenticano. Io ero uno che scriveva canzoni e le registrava a casa e non aveva una band o un cappello sotto cui farle uscire, poi piano amici e collaboratori mi hanno incoraggiato ed aiutato a registrarle meglio e ho trovato un’etichetta con cui farle uscire. In questa maniera 8 anni non mi sono sembrati così tanti! 
Nel drive ho un Google doc con poesie che scrivo in inglese e quel file tra poco compie 10 anni. Non usciranno mai. Per le canzoni è diverso, ho voglia di farle sentire agli amici, a persone come te, alla scena di cui faccio parte. Penso che qua uso il mio nome e cognome per la prima volta perché a un certo punto ho accettato (o deciso?) che sono una persona che scrive canzoni e magari lo farà ancora a lungo quindi sarebbe comodo che le cose che faccio escano tipo per sempre sotto lo stesso nome, così poi si possono trovare più facilmente.

Marcello Newman - Emotional Park
Poco dopo scrivi che vuoi invitare l'ascoltatore “a far proprie le canzoni, a usarle come se fossero degli oggetti”. Ti va di raccontare di qualche canzone altrui che a te capita di pensare e utilizzare così, e in che modo?
In altre interviste ho citato Satisfaction dei Rolling Stones, perché ti viene in mente ogni volta che non riesci a trovare "satisfaction" per qualsiasi ragione. Qua mi sa che vorrei parlare di un disco che adoro, cioè More Songs About Buildings and Food (1978) dei Talking Heads. Non tanto per i testi, che ora neanche ricordo, ma perché tutti i pezzi hanno gli stessi suoni e una specie di continuità ritmica e strutturale che lo rendono perfetto per accompagnare l’attività umana, tipo cucinare o fare un trasloco.
Si potrebbe dire che l’accompagnamento sia una funzione svilente per la musica, ma non credo! Piuttosto mi pare che molti, me compreso, tendano a fare musica che dice “smetti di fare quello che stai facendo e ASCOLTAMI”, che è spesso musica un po’ egoriferita e faticosa, mentre la musica può anche dire altro, tipo “come ti posso aiutare?” o “continua pure quello che stai facendo, stai andando forte!”. Quella per me è musica utile.
Poi c’è un’altra questione, cioè volevo che i testi fossero semplici e chiarissimi così altre persone potevano usare le canzoni come framework su cui proiettare i cazzi loro. Diversamente, si possono cercare di scrivere i testi anche per far capire alle altre persone esattamente cosa proviamo noi e in che situazione ci troviamo. In realtà uno fa entrambe le cose insieme. Su questa storia dei testi mi ha aiutato la scrittura schietta degli Abba (sempre gli anni 70!), di Jonathan Richman e dei Magnetic Fields.


Questa è l’inevitabile domanda sull’immagine dietro al titolo dell’album: come funziona un “parco emozionale”? 
Il nome mi ha trovato un po’ per caso e apprezzo la sua ambivalenza. Non mi va di darne una definizione completa. Sicuramente qualcosa sul tempo libero, sull’ozio, sulla malinconia. 

Mi viene in mente che se questo disco è una specie di parco a tema, anche il percorso dall’ingresso all’uscita, per così dire, ha un suo significato. Non si pensa spesso al lavoro che un artista fa nel costruire una semplice scaletta che rappresenti al meglio la sua idea di un album. Qui per esempio come è stato? L’introduzione morbida di Rest And Rot, la jam furibonda in chiusura di Lato A con Pretty Down Right Now, la sorpresa, proprio un attimo prima del finale, di una canzone in italiano, e poi la ballata strappalacrime in chiusura…
Scalettare è stranissimo perché stai cercando di raccontare una storia unitaria a partire da elementi eterogenei e contraddittori. Alla fine scopri di non avere tante opzioni: le storie possibili sono due o tre, e si capisce subito quale è la migliore. Per me è un bel momento perché capisci finalmente che disco hai fatto.

Marcello Newman - Emotional Park
Questo disco esce nel periodo in cui stai anche suonando la chitarra in tour con I Cani (e tu e Niccolò Contessa avevate pure l’altro progetto Musicoterapia Adulti, che fine ha fatto il canale YouTube?).  Come te la vivi passare dal suonare davanti a migliaia di persone che cantano in coro, agli house concert con trenta amici a cui puoi praticamente dare del tu? Oppure sono cose che, dopo tanti anni che suoni, giri, scrivi, organizzi ecc., si incastrano bene nel tuo vivere l’arte?
Sebbene siano mondi diversissimi sento che si alimentano un sacco a vicenda. Per la prima volta da quando suono nelle band, ho ragionato su come portare in giro Emotional Park dal vivo dicendomi che è un rock show, cioè che è intrattenimento e che deve essere divertente e high energy e sorprendente e tutte altre qualità che nella mia testa costituiscono un rock show. 
Questa storia del rock show mi è venuta in mente quando ho cominciato a suonare con I Cani e mi chiedevo che energia portare sul palco. Trovo un senso nel mio lavoro che è tipo essere un saltimbanco, un pagliaccio. Questa nuova mentalità, molto diversa da “salgo sul palco a esporre la mia anima profonda”, come credo me lo raccontassi in passato, ha diminuito la distanza tra il palco enorme dei cani e quelli piccoli del tour di Emotional Park: sono tutti rock show e in tutte le occasioni cerco di essere il miglior pagliaccio possibile. 
Poi, Musicoterapia Adulti va avanti! Ora io e Niccolò siamo molto occupati ma ci siamo comunque visti con Pietro Guiso negli ultimi mesi per suonare e appena possibile ricominceremo. Abbiamo ancora un’enorme quantità di registrazioni da setacciare e c’è da rendere più tecnologicamente stabile il player su YouTube che continua a rompersi. Ci vorrebbe un’azienda per tutti questi progetti te lo giuro è un casino.

Ora che, dopo tante denominazioni e tante band, sei approdato al tuo “Marcello Newman” hai già pensato se continuerai così? Cioè il prossimo (speriamo non tra otto anni) sarà “il secondo disco di Marcello Newman”, oppure sarebbe troppo scontato e prevedibile, e hai già altri progetti in mente?
Sicuro poi cambio idea ma per un po’ vorrei usare “Marcello Newman” e basta. Come dicevo prima, il nome serve principalmente per quello. Ho un sacco di pezzi nuovi su cui lavorare, non vedo l’ora di farteli sentire.

A lato, una piccola curiosità personale: nell’assolo di Stand By Your Man riecheggia consapevole una mezza citazione del riff di Segnali di vita di Battiato? O sono ancora allucinazioni come sopra? Secondo me ci stava anche per quella idea di “bisogno di una propria evoluzione / sganciata dalle regole comuni” che mi sembra animi, almeno in parte, questa opera.
Enzo! Parli della frase di sassofono che c’è dopo tutti i ritornelli vero? Effettivamente insiste sulle settime maggiori, come il riff in Stand By Your Man. Qualcosa c’è eh, ma penso che la paternità vera sia di altre cose, tipo Dancing Queen degli Abba. Per qualche ragione quel riff mi ha sempre fatto pensare anche a Le rane dei Baustelle, che poi ha un andamento simile al vero babbo di questo pezzo: Cold Blooded Old Times di Smog! 
Sul bisogno di una propria evoluzione cogli molto nel segno. Per me Emotional Park racconta una specie di interregno tra un prima sacrificato e vittimista e un dopo ancora tutto da inventare. Nel frattempo ci si tira fuori, si fuma parecchio, ci si prepara.


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