If the Pop Kids Unite, They Won't Be Divided

Shiny Happy Records - If the Pop Kids Unite, They Won't Be Divided

La prima cosa che colpisce è la copertina. Quel disegno stilizzato di una bambina che sorride e regge un cartello è una chiara citazione dell’antologia Was It Just a Dream? delle Talulah Gosh. Si può subito intuire che partiamo con il piede giusto. Sul manifesto c'è il motto che dà il titolo alla compilation, e che in qualche modo rappresenta lo spirito che fa battere il cuore di tutta questa musica: If the Pop Kids Unite, They Won't Be Divided. Pura e semplice verità, puntualmente contraddetta, quando non apertamente osteggiata, da un presente che di questa musica non sa che farsene. Eppure, la sempre lodevole Shiny Happy Records, dalla lontana, infaticabile ed esuberante Indonesia, tira dritto e continua a sfornare dischi meravigliosi e proclami condivisibili e sacrosanti.
Come raccontano le poche righe che accompagnano la compilation, l’indiepop è sempre stato fatto di piccole cose. Una melodia che continui a sentire tutto il giorno in testa mentre attraversi la città, e non puoi farci nulla. Una chitarra appena stonata, o forse soltanto una chitarra che non cerca di nascondere di essere una chitarra. Una copertina fatta a mano, ritagliata, piegata e incollata. Una canzone registrata in una camera da letto, mentre il resto del mondo rimane dall’altra parte della porta. E poi quella canzone poi passerà di mano in mano. Qualcuno ti presterà un disco o una cassetta, qualcuno ti dirà una delle frasi più belle che tu possa sentirti rivolgere: “ascolta questa, secondo me ti piace”.
Forse è questa la piccola qualità che l’indiepop ha sempre avuto di speciale. Non era la forma o l’aderenza a qualche anacronistico canone: era la capacità di rendere molto breve la distanza tra chi fa una canzone e chi la ascolta, la capacità di creare una forma di intimità, di senso di famiglia nella sua sparpagliata comunità.
Questa compilation riunisce band da quattro angoli del mondo indiepop: Gran Bretagna, Grecia, Stati Uniti, Svezia, Filippine, Giappone e, ovviamente, una buona rappresentanza dell’Indonesia, a fare gli onori di casa. Le canzoni sono diverse: alcune sono luminose, altre più sgangherate e rumorose, altre ancora sembrano ruotare intorno a una malinconia che non hanno nessuna intenzione di spiegare. Alcune canzoni le conoscevamo già, da altri piccoli dischi usciti negli ultimi anni e che qualcuno magari scoprirà qui per la prima volta, altre sono inedite, ma tutte sono preziose allo stesso modo.
«Quello che conta è un certo sentimento, la netta sensazione che queste canzoni siano nate perché qualcuno aveva qualcosa da dire, cantare o condividere. E forse è per questo che i pop kids si sono sempre trovati».



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